Guida ai costi da affrontare per vendere o acquistare in una compravendita immobiliare

La compravendita immobiliare è un’operazione complessa che richiede molta attenzione sia da parte del venditore che dell’acquirente. Tra i vari aspetti da considerare, i costi sono sicuramente uno degli elementi più importanti.
In questo articolo, analizzeremo in dettaglio i diversi costi legati alla compravendita immobiliare, suddividendoli tra venditore e acquirente e fornendo una panoramica completa delle spese da affrontare.

Per il venditore

  • 1. Certificazione energetica

La certificazione energetica è obbligatoria per la vendita di un immobile e deve essere redatta da un tecnico certificato. Questo documento ha un costo che varia tra i 150 e i 300 euro, a seconda del mercato locale e del professionista scelto.

  • 2. Investimenti per migliorare l’immobile

Prima di mettere in vendita un immobile, potrebbe essere opportuno investire in lavori di ristrutturazione, imbiancatura o sistemazione per aumentarne il valore sul mercato. Questi costi variano a seconda delle esigenze specifiche dell’immobile e del budget a disposizione del venditore.

  • 3. Regolarizzazione urbanistica

Nel caso in cui l’immobile presenti difformità dal punto di vista della regolarità urbanistica, il venditore è tenuto a sanarle prima di procedere con la vendita. Anche in questo caso, i costi variano a seconda delle specifiche esigenze dell’immobile.

  • 4. Plusvalenza e imposte

Se si vende un immobile entro 5 anni dall’acquisto, si genera una plusvalenza, ovvero la differenza tra il valore di acquisto e quello di vendita. In questo caso, è possibile pagare al notaio un’imposta sostitutiva (attualmente pari al 26%) oppure l’IRPEF sull’incremento del proprio reddito.

  • 5. Decadenza dalle agevolazioni sulla prima casa

Se si vende un immobile acquistato con agevolazioni sulla prima casa entro 5 anni dall’acquisto, si decade da tali benefici, e si è tenuti a versare la differenza di imposta, più una sanzione e gli interessi. Se invece si vende l’immobile e si acquista un altro entro 12 mesi, non si decade dalle agevolazioni e non si pagano ulteriori imposte.

Per l’acquirente

  • 1. Costi dell’atto d’acquisto

I costi dell’atto d’acquisto si suddividono in competenze e diritti del notaio e imposte derivanti dallo stesso atto. Essi variano a seconda che si acquisti direttamente dal costruttore o da un precedente proprietario privato o società non costruttrice.

  • 1.1 Acquisto dall’impresa costruttrice

In questo caso, è necessario versare l’IVA sul prezzo dell’immobile, pari al 4% o 10% del valore compravenduto a seconda che si tratti o meno di una prima casa. A questa si aggiungono tre imposte: di registro, ipotecaria e catastale, che hanno un ammontare fisso di 200 euro ciascuna.

  • 1.2 Acquisto da un proprietario privato o società non costruttrice

Se si acquista un immobile come prima casa, le imposte catastale e ipotecaria ammontano a 50 euro ciascuna, mentre quella di registro è pari al 2% del valore catastale dell’immobile. Se si tratta invece di una seconda casa, queste imposte ammontano al 6%, 2% e 1% del valore catastale.

  • 2. Requisiti per ottenere i benefici della prima casa

Per ottenere i requisiti di prima casa, è necessario essere residenti nel comune in cui si trova l’immobile o impegnarsi al trasferimento della residenza entro 18 mesi. Inoltre, è necessario non possedere altro immobile nel comune in cui si sta acquistando, né da soli né in comunione con il coniuge, e non aver mai posseduto un altro immobile acquistato come prima casa sull’intero territorio italiano. È prevista una deroga se si vende l’immobile già posseduto entro 12 mesi dall’acquisto.

  • 3. Costi dell’atto notarile e del mutuo

I costi dell’atto notarile variano a seconda del contesto e del valore dell’immobile e includono l’imposta sostitutiva, le spese di istruttoria, la perizia e eventuali commissioni dell’incaricato e assicurazioni. L’imposta di bollo sul mutuo varia in base alla presenza di un regime agevolato: se si tratta di una prima casa, ammonta allo 0,25% del totale del prestito, mentre sale al 2% in caso di seconda casa. I costi di istruttoria variano a seconda della banca e si collocano tra i 500 e i 1500 euro, mentre la perizia si attesta attorno ai 300-400 euro. L’accensione di un mutuo obbliga, inoltre, all’attivazione di una polizza assicurativa obbligatoria di 50-100 euro annui. Se ci si avvale di un broker, i costi possono aumentare a causa della provvigione o del compenso fisso.

  • 4. Costi d’agenzia

Investire in un’agenzia immobiliare è sempre la scelta migliore per ottenere il massimo dall’operazione di compravendita. I costi variano a seconda dell’agenzia e delle specifiche esigenze del cliente. È importante scegliere un’agenzia affidabile e attenta alle esigenze del cliente, che offre un servizio specializzato e basato sull’identificazione della soluzione più adatta alle necessità del caso.
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In conclusione, la compravendita immobiliare comporta una serie di costi sia per il venditore che per l’acquirente. Avere una chiara comprensione di questi costi e delle loro implicazioni è fondamentale per pianificare un’operazione di compravendita senza sorprese e nella piena consapevolezza. Ricordatevi di considerare tutti gli elementi e di confrontare le diverse opzioni disponibili, al fine di ottenere il massimo dal vostro investimento immobiliare.

Analisi delle vendite per regione e prezzi medi per il trilocale in Italia

In Italia il trilocale continua a vincere, anche nel primo trimestre del 2023. Secondo l’Osservatorio Immobiliare Biancoverde, il trilocale rappresenta ancora il tipo di appartamento più venduto, seguito da bilocali e quadrilocali. Questa tendenza sembra essere confermata anche per l’anno in corso.

Nel primo trimestre del 2023, il 40% degli immobili acquistati dai clienti delle agenzie immobiliari in Italia erano trilocali. La soluzione del trilocale è versatile e si adatta sia alle esigenze di single, che di giovani coppie e famiglie, che cercano spazi supplementari e una stanza jolly da adibire a molteplici usi.

L’analisi delle vendite per regione ha mostrato che in Lombardia, ad esempio, il 41% degli appartamenti venduti sono trilocali. Solo a Milano, a causa del maggiore costo della vita, il bilocale rimane il tipo di appartamento più richiesto, con il 50,2% delle vendite, contro il 28,5% dei trilocali. Nella provincia milanese, invece, gli atti stipulati per i trilocali segnano il 36,9%. In Piemonte, il 32,2% degli appartamenti venduti sono trilocali, mentre in Emilia Romagna la percentuale raggiunge il 48,1%.

La domanda di trilocali sembra essere guidata dalla versatilità degli spazi e dalla ricerca di una stanza jolly da utilizzare in base alle proprie esigenze. Il trilocale si adatta infatti alle esigenze di chi cerca un appartamento adatto alle proprie esigenze lavorative, che possa diventare anche uno spazio per la famiglia.

Per chi cerca un appartamento con il giusto equilibrio tra spazio e prezzo, il trilocale sembra essere la scelta migliore. Anche perché, secondo l’analisi, i trilocali hanno un prezzo medio che si aggira intorno ai 150.000 euro. Il prezzo, quindi, sembra essere accessibile a molte persone, compresi giovani coppie e famiglie.

In ogni caso, la scelta dell’appartamento ideale dipende dalle esigenze personali di ciascuno. Il trilocale sembra essere la scelta migliore per chi cerca una soluzione abitativa versatile, ma è sempre consigliabile valutare attentamente le proprie esigenze e il proprio budget prima di fare una scelta definitiva.

In conclusione, il trilocale in Italia si conferma come il tipo di appartamento più richiesto anche nel primo trimestre del 2023. La soluzione si adatta alle esigenze di single, giovani coppie e famiglie, e la sua versatilità sembra essere il principale motore di vendita. Con un prezzo medio accessibile, il trilocale sembra essere la scelta migliore per chi cerca un appartamento adatto alle proprie esigenze. Tuttavia, come sempre, è consigliabile valutare attentamente le proprie esigenze e il proprio budget prima di prendere una decisione definitiva.

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L’importanza di questo contratto e come procedere per la registrazione online

Il contratto preliminare di compravendita è uno strumento fondamentale per la compravendita di beni di valore elevato. In questo testo, verrà spiegato il suo significato e l’importanza della sua stipula, evidenziando i vantaggi per entrambe le parti. Sarà anche discusso il ruolo della registrazione online nella validità del contratto.

Il contratto preliminare di compravendita è un accordo scritto tra acquirente e venditore che riporta le condizioni principali della futura compravendita, come il prezzo, le modalità di pagamento, le scadenze, le condizioni di consegna e le eventuali penali in caso di inadempimento. Nonostante non sia obbligatorio per legge, il contratto preliminare costituisce un importante strumento di tutela per le parti coinvolte.

Infatti, una volta firmato, il contratto preliminare ha valore giuridico e le parti sono tenute a rispettarlo. In caso di inadempimento, il mancato rispetto delle clausole del contratto preliminare può comportare l’obbligo di risarcimento dei danni subiti dall’altra parte.

Il contratto preliminare può anche prevedere la restituzione di una caparra confirmatoria da parte dell’acquirente, che costituisce una garanzia per il venditore dell’effettiva volontà di acquistare. In caso di recesso dell’acquirente, la caparra può essere trattenuta dal venditore a titolo di risarcimento dei danni subiti.

È importante sottolineare che dal 7 marzo 2023, è possibile registrare il contratto preliminare di compravendita online direttamente sul sito dell’Agenzia delle Entrate tramite il modello “Registrazione di atto privato” (Rap) presente sul sito. La registrazione è fortemente consigliata poiché offre maggiori garanzie e tutela gli interessi delle parti.

La registrazione del contratto preliminare costituisce una prova di avvenuta stipula e di contenuto del contratto, e può rappresentare un elemento utile per l’eventuale richiesta di un mutuo o di un finanziamento bancario per l’acquisto dell’immobile.

In sintesi, il contratto preliminare di compravendita è uno strumento giuridico fondamentale per la compravendita di immobili e altri beni di valore elevato. La sua stipula garantisce la tutela delle parti in causa e costituisce una prova di avvenuta stipula e di contenuto del contratto. La registrazione del contratto preliminare presso l’Agenzia delle Entrate è fortemente consigliata, poiché offre maggiori garanzie e tutela gli interessi delle parti. La registrazione online ha reso il processo più semplice e rapido, evitando lunghe attese e risparmiando tempo prezioso.

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Tempi e margini di trattativa a confronto tra privati e agenzie

Le agenzie immobiliari vendono gli immobili in tempi più rapidi rispetto ai privati, con un margine di trattativa più basso. Questa è una delle principali conclusioni del rapporto “Il ruolo di agenzie e privati nelle compravendite immobiliari – come cambiano tempi e margini di trattativa” di AgentPricing.com di Reopla, società specializzata nella Big data Analysis e nella realizzazione di software innovativi e Avm (automated valuation mode) per il settore immobiliare.

Secondo il rapporto, a livello nazionale la media ponderata per completare una compravendita è di 6,4 mesi, ma quando si affida la vendita a un’agenzia, la tempistica scende a 5,8 mesi, rispetto ai 12,2 mesi necessari tra privati. Inoltre, il margine di trattativa mediamente dell’8,6% si riduce all’8,4% nelle compravendite gestite da agenzie, mentre sale al 10,2% nelle trattative tra privati.

Il rapporto evidenzia anche come solo il 14,1% delle operazioni di compravendita immobiliare sia gestito da privati, mentre l’85,9% è gestito da agenzie immobiliari. Bologna è la città in cui ci si affida maggiormente alle agenzie (89,4% degli immobili), mentre Messina è quella dove le trattative gestite dai privati sono più frequenti (25,2%).

Se si analizzano le 15 principali città italiane per popolazione, emerge che gli immobili affidati a privati vengono proposti a un prezzo mediamente del 13% più alto rispetto al reale valore di mercato. I sovrapprezzi più elevati si registrano a Venezia (+24,6%), Verona (+19,7%), Roma (+19,2%) e Genova (+17,1%), mentre la differenza minore si registra a Milano (+5,2%), Trieste (+6,5%) e Padova (+7,7%).

Secondo Patrick Albertengo, co-founder e managing director di Reopla, solo una piccola parte delle compravendite immobiliari in Italia è gestita da privati, mentre la grande maggioranza di immobili è affidata alle agenzie immobiliari. Questo perché, a differenza dei privati che tendono a sovrapprezzare gli immobili, gli agenti immobiliari dispongono di maggiore esperienza nel settore e di strumenti tecnologici che consentono di effettuare valutazioni più oggettive e in linea con il reale valore di mercato dell’immobile.

Il rapporto sottolinea inoltre che gli immobili affidati alle agenzie sono soprattutto quelli sopra i 145 mq. In tutta Italia, infatti, circa il 88% degli immobili di questa tipologia sono affidati ad agenzie. La percentuale di immobili più alta (17%) affidata a privati si registra invece laddove la metratura è inferiore ai 50 metri quadri. Tuttavia, questa categoria è anche quella con meno unità in vendita a livello nazionale, solo 62.007 immobili.

Infine, il rapporto mostra che Roma è la città italiana con il maggior numero di compravendite (30.570) seguita da Milano (25.086) e Torino (10.856).

L’esperienza delle agenzie immobiliari, la loro conoscenza del territorio e degli strumenti tecnologici disponibili, consentono di offrire un servizio di vendita altamente professionale. Le agenzie immobiliari, infatti, svolgono un ruolo fondamentale nel mercato immobiliare residenziale italiano, gestendo la maggior parte delle compravendite.

Secondo i dati forniti dallo strumento AgentPricing.com di Reopla, società specializzata nella Big data Analysis e nella realizzazione di software innovativi e Avm (automated valuation mode) per il settore immobiliare, le agenzie vendono gli immobili nella metà del tempo di un privato. A fronte di una media nazionale ponderata di 6,4 mesi per completare una compravendita, le tempistiche si abbassano a 5,8 mesi quando a occuparsene è un’agenzia, contro i 12,2 mesi necessari tra privati.

Ma non solo: anche il margine di trattativa si riduce con l’intermediazione delle agenzie immobiliari. Mentre il margine di trattativa tra privati è mediamente dell’8,6%, nelle compravendite gestite da agenzie si riduce all’8,4%, mentre sale al 10,2% nelle trattative tra privati.

Un altro dato interessante che emerge dal report di Reopla è che, a livello nazionale, solo una piccola parte delle compravendite immobiliari è gestita da privati e la grande maggioranza degli immobili è affidata alle agenzie immobiliari. Infatti, l’85,9% delle compravendite è gestito dalle agenzie immobiliari, mentre il 14,1% da privati.

Se si analizzano le 15 principali città italiane per popolazione, emerge che gli immobili affidati a privati vengono proposti a un prezzo che mediamente è il 13% più alto rispetto al reale valore di mercato. I sovrapprezzi più elevati si registrano a Venezia (+24,6%), Verona (+19,7%), Roma (+19,2%) e Genova (+17,1%). Al contrario, la differenza minore si registra a Milano (+5,2%), Trieste (+6,5%) e Padova (+7,7%).

Gli immobili affidati alle agenzie sono soprattutto quelli sopra i 145 mq. In tutta Italia, infatti, sono circa 311.100 gli immobili che superano una metratura di 145 mq: l’88% degli immobili di questa tipologia sono affidati ad agenzie. La percentuale di immobili più alta (17%) affidata a privati si registra invece laddove la metratura è inferiore ai 50 metri quadri: questa categoria, però, è anche quella con meno unità in vendita a livello nazionale, 62.007 immobili.

È interessante notare come la scelta di affidarsi ad un’agenzia immobiliare o di vendere privatamente un immobile sia influenzata anche dalla città in cui ci si trova.

Bologna, ad esempio, è la città che si affida di più alle agenzie (l’89,4% degli immobili), mentre Messina è quella dove sono più frequenti le trattative gestite da privati (25,9% degli immobili venduti).

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Chi può richiederlo, quali sono i lavori ammessi, le novità introdotte e come richiederlo: ecco tutto quello che c’è da sapere sul Bonus Ristrutturazione 2023

Il Bonus Ristrutturazione 2023 è un’agevolazione che permette di accedere a una detrazione fiscale del 50% della spesa, fino a un massimo di 96.000 euro, per i lavori di ristrutturazione edilizia e di riqualificazione energetica in casa.
La Legge di Bilancio 2022 ha prorogato il bonus fino al 2024, mantenendo le regole invariate per quest’anno e il prossimo.


Chi può richiederlo e quali sono i lavori ammessi?
Vediamo insieme come funziona l’agevolazione, le novità introdotte e le spese ammesse alla detrazione.

Chi può richiederlo?
Il Bonus spetta a tutti i contribuenti che effettuano lavori di ristrutturazione edilizia e riqualificazione energetica in casa, che siano proprietari, usufruttuari o titolari di altro diritto reale sull’immobile.

Quali sono i lavori ammessi?
La detrazione del 50% spetta per i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia effettuati su parti comuni di edifici residenziali, cioè su condomini, e su singole unità immobiliari residenziali di qualsiasi categoria catastale, anche rurali e pertinenze.

Il Bonus spetta anche per i lavori in economia, ovvero gli interventi eseguiti in proprio. In tal caso, danno diritto alla detrazione del 50% le spese per l’acquisto dei materiali.
Tra i lavori di manutenzione ordinaria rientrano, ad esempio, l’installazione di ascensori e scale di sicurezza, la realizzazione e il miglioramento dei servizi igienici, la sostituzione di infissi esterni e serramenti o persiane con serrande e con modifica di materiale o tipologia di infisso, il rifacimento dei pavimenti, la tinteggiatura delle pareti e dei soffitti.


Quali sono le novità introdotte?

La novità principale riguarda la modalità di fruizione dell’agevolazione in caso di cessione del credito o sconto in fattura. A partire da quest’anno, infatti, in contrasto alle frodi, sarà necessario produrre il visto di conformità e l’attestazione di congruità delle spese da parte di professionisti abilitati.
Inoltre, il Bonus Ristrutturazione 2023 spetterà anche per le spese sostenute nell’anno in corso, e non è previsto alcun limite di spesa minimo.


Come richiedere il Bonus Ristrutturazione 2023?

Per richiedere il Bonus Ristrutturazione 2023 è necessario presentare la dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui sono state sostenute le spese per i lavori di ristrutturazione edilizia e di riqualificazione energetica, indicando i dati della fattura e il codice fiscale del soggetto che ha effettuato i lavori.


Cosa succede se si supera il limite massimo di spesa previsto dal Bonus Ristrutturazione 2023?

Se si supera il limite massimo di spesa previsto, si potrà comunque usufruire dell’agevolazione, ma soltanto per la parte di spesa entro i limiti massimi.
Ad esempio, se si sostituiscono gli infissi di un’abitazione e si spendono 110.000 euro, la detrazione spettante sarà comunque pari al 50% di 96.000 euro, cioè 48.000 euro.


Come richiedere il Bonus Ristrutturazione 2023?

Per richiedere il Bonus Ristrutturazione 2023, occorre presentare la dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui sono state sostenute le spese per i lavori edilizi.
La detrazione fiscale spettante dovrà essere indicata nella dichiarazione dei redditi, in modo tale da ottenere il rimborso della somma versata in eccesso.
Alternativamente, si può scegliere di cedere il credito d’imposta a un terzo, come una banca o un’impresa che effettua servizi di pagamento. In tal caso, il terzo dovrà effettuare il pagamento della somma spettante in un’unica soluzione.


In conlusione, il Bonus Ristrutturazione 2023 rappresenta un’ottima opportunità per chi vuole ristrutturare la propria casa, avendo la possibilità di accedere ad una detrazione fiscale pari al 50% delle spese sostenute, fino ad un massimo di 96.000 euro.
È importante, tuttavia, conoscere bene le regole e le limitazioni dell’agevolazione, in modo da poterla utilizzare nel modo corretto e massimizzare i propri vantaggi.

Se state pensando di effettuare lavori di ristrutturazione edilizia, non esitate a contattarci per avere tutte le informazioni necessarie e per usufruire al meglio del Bonus Ristrutturazione 2023.

Guida completa alla conformità catastale degli immobili: scopri quando è necessaria l’attestazione di conformità, cosa rischi senza di essa e come ottenerla.

Se sei in procinto di acquistare un immobile, è fondamentale che tu abbia un’attestazione di conformità catastale. Ma cosa significa esattamente e perché è così importante?

La conformità catastale è la corrispondenza tra la planimetria depositata in Catasto e lo stato reale dell’immobile. Questo significa che la planimetria presente in Catasto deve essere identica all’immobile che vuoi acquistare. Se ci sono difformità, devono essere rettificate prima della compravendita.

L’attestazione di conformità catastale è un documento ufficiale che attesta che l’immobile è conforme alla planimetria depositata in Catasto. Questa attestazione deve essere rilasciata da un tecnico abilitato (geometra, architetto o ingegnere) che verifica la conformità dell’immobile.

Ma quando è obbligatoria? In ogni atto di compravendita deve essere presente la dichiarazione che attesta la conformità dell’immobile alla planimetria depositata in Catasto. Se non si possiede la dichiarazione, è possibile presentare l’attestazione stessa di conformità. In alcune regioni, la presenza della dichiarazione non è obbligatoria, ma in caso di difformità, l’acquirente dovrà affrontare le spese relative alle sanatorie.

E quando si parla di difformità catastale? La conformità non può essere attestata quando un immobile ha subito modifiche strutturali che ne cambiano la rendita catastale senza che sia stato fatto l’aggiornamento in Catasto. In questo caso, è necessario richiedere la rettifica della difformità catastale direttamente in Catasto.

Ma come si ottiene l’attestazione di conformità catastale? Il tecnico abilitato deve verificare che i dati presenti nella visura catastale e nella planimetria catastale corrispondano allo stato di fatto dell’immobile. Se rileva una difformità, è necessario procedere con la rettifica dei dati e della planimetria catastale presente in Catasto per ottenere l’attestazione.

In sintesi, per acquistare un immobile in modo sicuro è fondamentale ottenere questo documento, che attesti la corrispondenza tra i dati registrati in Catasto e la realtà dell’immobile.
Se desideri maggiori informazioni sull’argomento, ti consigliamo di visitare il sito della Fondazione Notariato. Inoltre, per garantire una transazione serena fino al rogito, Pregio Immobiliare si preoccupa di analizzare preventivamente tutti i documenti e di verificare la conformità catastale dell’immobile.

Per qualsiasi ulteriore informazione, ti invitiamo a contattarci senza esitazione.


In questo articolo osserveremo nel dettaglio il caso specifico di un immobile senza certificato di agibilità.

Il certificato di agibilità (o abitabilità) è un documento chiave perché un immobile sia in regola urbanisticamente. Una volta “agibilità” e “abitabilità” non erano termini interscambiabili: l’abitabilità perteneva immobili residenziali, l’agibilità era concessa per tutti gli altri tipi di immobile.

Nel 2001, il nuovo Testo Unico dell’Edilizia ha riassunto nell’unico “certificato di agibilità” I due diversi documenti.

Nel 2016 anche il certificato di agibilità è stato sostituito dalla “SCA” (Segnalazione Certificato di Agibilità), che si distingue dai precedenti certificati perché non comporta la richiesta d’ottenimento al comune, ma consiste in un’autocertificazione da parte del Direttore dei lavori o di un altro tecnico, che possa attestare la conformità ai requisiti di legge.

All’articolo 24 del testo unico dell’Edilizia, in cui sono stabilite le condizioni irrinunciabili e necessarie per abitare un immobile, leggiamo: “sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti negli stessi installati, e, ove previsto, di rispetto degli obblighi di infrastrutturazione digitale”.

Per ottenere il certificato di abitabilità importa la chiusura della pratica edilizia, la certificazione degli impianti e l’effettuazione di un collaudo statico e di regolare accatastamento.

Se un immobile dovesse venire venduto senza certificato di agibilità, cosa accadrebbe? È questo un grave inadempimento tale da risultare nella risoluzione del contratto? Di più, in quale caso non consegnare il certificato realizza una ipotesi di aliud pro alio?

Per rispondere a queste domande, ecco una sentenza del Tribunale di Novara (n.60, 31/01/23).

Si tratta di un immobile privo del certificato di agibilità e di una domanda di risoluzione del contratto di compravendita.

La vicenda

L’acquirente di un immobile espone di avere riscontrato, a distanza di tempo, che l’immobile sia affetto da difetti di manutenzione (trattasi di infiltrazioni, muffe, stillicidio, sgretolamento dei trucioli di legno dal soffitto) e che ciò sia stato accertato dalla perizia di un professonista, il quale di più ha rilevato la mancata impermealizzazione del tetto, delle irregolarità degli impianti elettrici e del gas, la presenza di infiltrazioni e la probabile insistenza di amianto. L’acquirente ha rappresentato, inoltre, che l’ingegnere incaricato aveva assegnato una classe energetica diversa da quello certificata, nonché, nel contesto di ricerche presso il Comune competente, che non erano reperibili le certificazioni di conformità degli impianti elettrici e del metano e che non è presente alcun certificato di abitabilità dell’immobile.

L’attrice, quindi, ha richiesto l’accertamento dell’inesistenza del certificato di agibilità dell’immobile acquistato nel 2014 nonché la risoluzione del contratto per grave inadempimento del venditore, la resistuzione dell’importo versato (con aggiunta degli oneri di estinzione del mutuo) e il risarcimento del danno patrimoniale.

La parte convenuta si è costituita in giudizio, adducendo l’esistenza di un accordo tra le parti, in virtù del quale l’acquirente si sarebbe fatto carico del conseguimento del certificato di abitabilità dell’immobile.

Per un immobile privo di agibilità quindi vale la risoluzione del contratto di compravendita soltanto in caso non ci siano le condizioni per ottenere il certificato.

Il Tribunale ha ritenuto non sussistente una gravità tale da giustificare la risoluzione del contratto.

Soltanto non nel caso in cui non ci siano le condizioni per conseguire il certificato, per via di violazioni insanabili delle disposizioni urbanistiche, si verifica un inadempimento idoneo alla risoluzione della compravendita, nelle altre ipotesi, invece, l’omissione del venditore è da valutare in relazione alla gravità e all’importanza dell’inadempimento.

L’articolo 1455 c.c. impone la verifica dell’entità dell’inadempimento, perché deve il giudice tenere conto dell’effettiva incidenza dell’inadempimento e, allorché manchi il certificato d’agibilità, verificare se i difetti rilevati incidano sulla destinazione abitativa e solo in questo caso dichiarare risolto il contratto.

Nel caso specifico, grazie agli accertamenti del Ctu è risultato che il rilascio dell’agibilità fosse rilasciabile in modo agevole con la realizzazione di interventi di modesto impegno economico.

I vizi che ostano al rilascio erano tutti minimali e regolarizzabile e nessun difetto sotto il profilo strutturale sussisteva: l’ipotesi dell’ “aliud pro alio” non si è concretata.

Ai sensi dell’art. 1453 c.c. fuori dai vincoli dei termini di decadenza e prescrizione secondo l’art. 1495 c.c., l’ “aliud pro alio” si realizza nel caso in cui il bene venduto differisca sostanzialmente da quello pattuito in quanto, appartenendo ad un genere diverso, si riveli funzionalmente inidoneo a fornire l’utilità richiesta, ovvero ad assolvere alla stabilita destinazione economico-sociale.

Sussisteva, dunque, l’inadempimento del convenuto rispetto al proprio obbligo di alienare un bene fornito di certificato di agibilità, in quanto impossibile da ottenere per l’acquirente nello stato in cui l’immobile era stato venduto per le carenze esistenti, quantomeno rispetto all’impianto del gas. Cionondimeno, la pronta realizzazione degli interventi necessari alla certificazione di agibilità ha risultato nel rigetto della domanda di risoluzione del contratto poiché non sorretta da inadempimento qualificabile come grave.

Il Tribunale ha quindi suggerito che sia possibile per l’attrice ottenere tutela agendo per l’adempimento ovvero chiedendo di essere risarcita dei costi per gli interventi utili all’ottenimento del certificato di abitabilità e all’avvio della pratica relativa; domanda in quella sede non formulata in quanto si è agito unicamente per la risoluzione.